Taranto vecchia

Ti racconto le storie di chi vive a Taranto vecchia

Io e Paola abbiamo fatto un giro a Taranto Vecchia. Ci ho messo la penna, Paola l’obiettivo della macchina fotografica. Sono emerse storture ma soprattutto storie. E sono quelle che vi vogliamo raccontare. 

Vincenzo ha 63 anni, ogni mattina si sveglia intorno alle 6 e trascorre il tempo tra casse di Raffo e cruciverba. “Almeno mi passa la giornata – dice abbozzando un sorriso sdentato – e penso meno a questa parte della città che bisognerebbe radere al suolo e restaurare.”

Siamo in città vecchia, precisamente in via di Mezzo, puntellata da strutture traballanti e dimore abbandonate. A riempire il vuoto delle case e degli edifici che a stento si reggono in piedi, a leccare le ferite di una città martoriata e profondamente svuotata, ci pensano gli abitanti. Sì, perché il borgo antico di Taranto è fatto prima di tutto di persone, di storie che vogliamo raccontarvi.

Vincenzo, tra casse di Raffo e cruciverba

Vincenzo, tra casse di Raffo e cruciverba

Le aspettative ormai rasentano quasi lo zero, la fiducia nelle istituzioni locali anche, eppure vi assicuro che gli occhi che ieri mattina abbiamo incrociato suggerivano speranza e verità.

Camminando insieme a mia sorella Paola, intenta a scattare foto e a cogliere quegli attimi che non ritorneranno più, mi imbatto nel Panificio Peluso. La facciata di questo locale storico del 1700 al civico 244 di via di Mezzo è diversa da quelle in cui inciampi girando per Taranto Vecchia. Pare quasi di essere in Grecia; a dominare, non a caso, sono il bianco e il celeste. Nella serie di fotografie in bianco e nero sulle piastrelle, intravedo il celebre Marc Poll in posa in una Taranto oramai scomparsa.

Franco, l’attuale proprietario, mi racconta che questo forno (sì, a lui piace chiamarlo “forno” e non panificio) era la meta di chi un tempo faceva il pane a casa per poi infornarlo lì. “Un giorno mio padre – svela Franco – riuscì ad incassare soltanto una lira e per il nervosismo la gettò nel forno. Bei tempi però. All’epoca via di Mezzo era strettissima, con i vicoli che portavano al mare. Quello che oggi resta, invece, è una serie di palazzi lasciati in stato di abbandono. E pensare che qui – precisa, mostrandomi quello che oggi è solo un deposito umidiccio e dall’odore acre – vivevano anche 10 persone tutte insieme”.

Salutiamo il simpatico fornaio per dirigerci verso Largo Blasi, un angolo caratteristico intagliato tra palazzi storici purtroppo consumati. E’ come se, improvvisamente, malgrado ogni pertugio della città vecchia suggerisca desolazione per lo stato in cui versa, il tempo si sia fermato.

Pit stop successivo: le barche dei pescatori. Uccio, Franco e Lello sono troppo impegnati per degnarci della loro attenzione. Tutto nella norma, pensiamo. Tuttavia, dopo un’iniziale seppur comprensibile diffidenza di chi pensa che sia la solita solfa su Ilva e compagnia cantante, non impieghiamo molto tempo a convincerli che siamo a caccia di storie. Di esperienze. Quelle vere, curiose, strazianti volendo. Quelle che torni a casa soddisfatto e felice per aver incrociato, anche solo per qualche ora, il destino di persone che non pensavi nemmeno esistessero.

Uccio, Franco e Lello

Uccio, Franco e Lello

Uccio, ci osserva. I suoi enormi occhi blu parlano per lui. Dopo un po’ di macello iniziale, ci racconta che prima di ritrovarsi in una realtà dal menefreghismo e dal disagio facili“Ché a Taranto, aggiunge l’amico Franco, bisogna cambiare il cervello; è la cultura che manca” – pescava le cozze pelose. E il clima che si respirava era diverso. Migliore, semplicemente. Senza quella sensazione lancinante di perenne abbandono.

La stessa che denuncia Peppe in via Duomo, a due passi dalla Cattedrale di San Cataldo. Non appena ci vede ci osserva attentamente, nonostante pare abbia occhi solo per il suo panino con prosciutto crudo che“stuta la luce”, come si dice dalle nostre parti. Non accorgersi di lui è impossibile: a precederlo è la musica a tutto volume di Radio Taranto. E pensare che, in barba a chi crede che trascorra le sue giornate parcheggiato in mezzo alla strada sulla sua sedia arancione, Peppe in realtà ha un talento: inserire le conchiglie nelle bottiglie di vetro che vende insieme alla pila di oggetti usati con i quali ha addobbato il suo personalissimo mercatino.

Peppe

Peppe

“Non è mica un gioco da ragazzi eh – tiene a sottolineare – non vedi che opera d’arte. Sce agghia fa altrimenti, che si sta meglio al cimitero che qui. Almeno lì parli cu l’ cadaver. E quando vedo passare le guide turistiche? La casa dei baroni di qua, la casa del conte di là e l’palazz scadenti? Di quelli non si dice nulla? Prima non era così. C’era l’elettricista, il tabacchino dove prendevamo le sigarette sfuse, gli scarpari e na scamunera di bambini che giocavano nei vicoli. Ogni giorno era un ‘sciamm abbasce a u’marrot’, la scalinata che portava in via di Mezzo”.

“Ah, sai cosa facevamo anche? Mettevamo i fichi d’india in una coppa con dell’acqua e a chi incappava u’ zipper pagava.”

A due passi da Peppe, in fondo ad una stradina, Cataldo – ex fabbro – sta tagliando il pane per i gabbiani, un mantra quotidiano che lo distoglie dalla noia delle giornate.

L’ultima tappa è via San Martino. La strada brulica di gente. Di fronte ad un portone bianco con un rustico campanello scritto a mano c’è Chiara: capelli nero corvino e due sfere verdi, intense. Chiara ha 55 anni e 4 figli che vivono tra Taranto e il quartiere Tamburi.

Chiara

Chiara

“Abito qui da una vita – racconta – e sarebbe bello se qualcuno ristrutturasse questi palazzi”. E’ timida Chiara di fronte all’obiettivo, qualcuno la prende addirittura in giro mentre lei è in posa dicendole che le foto che Paola le sta scattando finiranno su Facebook. “Ehi niente ‘feisbuk’ p’favor.”

La rassicuriamo e le stringiamo la mano ripromettendoci di andarla a trovare qualora dovessimo ripassare di là. Qualora dovessimo perderci, di nuovo, in quella Taranto sconosciuta e spesso invisibile agli occhi. Quella Taranto fatta di persone, di vite che si incrociano e che, forse, hanno bisogno solo di gentilezza.

 

Per le fotografie ringrazio infinitamente Paola Ressa, sorella, amica e grande professionista.

3 commenti
  1. vittorio
    vittorio dice:

    Povertà e …ricchezza.
    Ricchezza di uomini in sofferenza, ricchezza di una traccia che lega al passato, ricchezza di una città che non ha perso le sue radici proprio perché quei ruderi vivono ancora con la loro anima vivificata dai Beppe, Chiara e tuuti coloro che ne sono diventati i custodi.
    Ho avuto occasione di passare per via Mar Piccolo, parallela a Via Galeso, che si affaccia sul mar piccolo dove ho incontrato l’ultimo produttore e venditore dell’olio ” du pesc sorge” una preziosità dei nostri padri ma anche attuale. Le sue proprietà mi sono state decandate da un primari chirurgo che ha curato un paziente che, inoperabile, non aveva trovato rimedio con alcuna delle risorse mediche esistenti!!!!
    Un vecchietto (forse non per età ma per condizione) con 6 € mi ha venduto una bottiglietta di tale olio.
    Non potrò mai dimenticarlo.

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  2. pino
    pino dice:

    Molto bello, ma mi sono rattristato, nel vedere tutto questo abbandono, cosa che non era così sino a 30 anni fa, che quando tornavo a Taranto per andare a trovare la mia nonna materna, ricordo che era piena di vita e di gente.

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