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La festa di Halloween è finita ma Taranto è piena di zombie

La festa di Halloween è passata, graziaddio, eppure Taranto è ancora piena di zombie.

Rilassatevi e frenate le lingue taglienti. Frenate pure eventuali giudizi affrettati. Si parla di Taranto, meglio ancora di tarantini. Quei tarantini-zombie che purtroppo si aggirano per la città da tanto, troppo tempo.

Ad onor del vero sono d’accordo sul fatto che l’immagine di Taranto vada risollevata, sono d’accordo anche sul fatto che ci siano tarantini che hanno voglia di fare e si stanno spaccando il culo (e non ho trovato altri francesismi per esprimere il concetto) perché la città dei due mari abbia un futuro degno di questo nome; sono anche d’accordo sul fatto, però, che Taranto sia satura di ignoranza e ignoranti.

Parlo di quei tarantini che non si ribellano, che denigrano a prescindere, che si indignano per una frase detta male e sono i primi a restare in silenzio. Inetti. Quelli del “sce me ne futt a me”, quelli del “getto la carta a terra perché c’è chi l’ha fatto prima.”

Gli indifferenti, cazzo. Le mele marce. I virus di una società che sta cercando in tutti i modi di risalire. E, lo ammetto, mi disturba questa indifferenza. Mi disturba profondamente. E mi disturba ancor di più quella delle istituzioni, mi disturba il non avere il sacrosanto diritto di essere rappresentata da persone che abbiano a cuore la terra in cui vivo e vivono. Il non avere alternative e il dover smentire, con disumana difficoltà, chi dice che a Taranto si vive solo di Ilva e che la città è destinata a morire.

E quindi sì, Halloween è passato ma gli zombie restano. Tuttavia, resta allo stesso tempo la speranza che Taranto possa diventare la nuova Essen, un tempo vittima dell’inquinamento e del decennale problema legato all’acqua finché qualcuno non ha trasformato il disagio in opportunità.

E badate bene, a Taranto c’è chi ci ha provato e continua a provare a spalare la merda per seminare fiori. Ci sono le associazioni, ci sono i comitati, ci sono i ragazzi che si sbattono a destra e a manca per ri-costruire e ri-pulire il territorio e questa civiltà. C’è chi protesta, chi fa casino, eppure è un numero talmente esiguo da passare inosservato. E quando leggo che il Papa scrive all’arcivescovo di Taranto dichiarandosi vicino ai lavoratori in difficoltà e ai poveri cristi (è il caso di dire) che ogni giorno arrancano per portare a casa un pezzo di pane, un po’ mi incazzo.

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Mi incazzo perché se la nostra fosse una Chiesa umile, un luogo in cui ci si aiuta, in cui si creano vere e proprie comunità, se non chiudesse le sue porte agli omosessuali, ai divorziati e la smettesse di godere di tutti quei privilegi di cui di fatto gode, io potrei anche sposare il pensiero del Papa. Potrei anche credere che questa Chiesa cristiana, cattolica e apostolica sia vicina davvero ai lavoratori. Però, mi risulta assai difficile.

Così come mi risulta difficile credere che l’unico male di Taranto, la mia città, sia chi la amministra. E penso al dilemma tra salute e sviluppo, penso a chi ancora oggi si ostina a credere che le fonti inquinanti siano una salvezza. Penso, infine, che gli zombie di questa terra siano tanti, troppi e che l’epilogo del cortometraggio che è stato ambientato qui, “Thriller” di Marco Albano che ha vinto il David di Donatello, sia perfetto per descrivere gli spettri che stanno inghiottendo Taranto. Gli stessi che vanno ri-educati. Con la cultura. Che è tutto quello che potrà salvarci davvero.

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