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Muore l’ennesimo operaio all’Ilva. Se non è questo terrorismo

E’ morto un operaio in Ilva oggi, l’ennesimo. Si chiamava Cosimo, aveva solo 49 anni.

Cosimo è morto, aveva solo 49 anni. E’ morto all’interno dell’Ilva (lavorava per la ditta d’appalto Pitrelli), non tornerà più a casa e Dio solo sa quante vittime macinerà ancora quell’apparato infernale.

Cosimo è morto e non sappiamo un cazzo di lui, se non che è l’ennesima perdita per una città lacerata da un disastro ambientale di proporzioni incommensurabili.

Cosimo è morto, infoltendo il gruppo di un olocausto industriale che pare non avere mai fine. Se non è questo terrorismo, cosa può esserlo? Il terrorismo, a Taranto, ha il volto dell’Ilva rea di una violenza estrema e incomprensibile nei confronti di un territorio macchiato di sangue.

E sì, mi rode abbastanza il culo. Mi rode il culo perché, senza disonestà alcuna, la prima domanda dopo la tragedia di stamattina non è stata: “Come si sentirà la famiglia di Cosimo, e i figli (ammesso e non concesso che li avesse)? No, cazzo. La prima domanda è stata: “Ma se fosse accaduto o accadesse ai miei cari? Se accadesse, per esempio, a mia madre che qualche anno fa è marcita a letto a causa di problemi polmonari? Se andasse a lavorare e, improvvisamente, non tornasse più a casa?” Impazzirei, consumata dal dolore e dalla frustrazione.

Cosimo è solo il qualcuno di qualcun altro. Diventerà un numero, non prendiamoci per il culo. E, forse, in nome di questa ipocrisia malcelata eppure dannatamente umana che accomuna non tutti magari ma molti, non dovremmo più permettere che a Taranto morire sul posto di lavoro o di cancro sia la normalità. Non dovremmo permettere ai mangiasoldi che manovrano i fili delle vite che scorrono tra le mura dell’Ilva, di decidere quando e dove soccombere.

Mai più.

E no, non mi aspetto che le bacheche o i giornali ci somministrino atti di umanità e vicinanza per questa tragedia, non mi aspetto nemmeno che venga rotto e inter-rotto il silenzio che attanaglia questa città, mi aspetto piuttosto di bruciare di indignazione. Che mi vengano i conati di vomito a sentir parlare di Ilva.

Dire che non ci sono parole – come ha affermato l’arcivescovo della diocesi di Taranto – è un orrore. E’ un orrore perché abbiamo il dovere morale e civile di alzare la voce. Tutti. Nessuno escluso. E non mi appello alla politica inesistente, becera e qualunquista alla quale non do la minima credibilità.

Mi appello ai cittadini, a me stessa.

Mi appello al buon senso, che abbiamo smarrito. Perché sarebbe più che opportuno che ci venisse restituita una prospettiva di futuro, sarebbe opportuno pretenderla così come la concreta possibilità di riuscire a vivere a Taranto senza la paura di essere seppelliti sotto le ceneri dell’Ilva.

Ciao Cosimo, chiunque tu sia.

Photo credits: pugliapress.org (img in evidenza)

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