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Una giornata da immigrato a Taranto: la storia di Wilson

Ho conosciuto Wilson, il ragazzo che un tempo vendeva il Taranto Sera in Corso Italia angolo via Campania e che, ad oggi, vende fazzoletti.  

E quando dico che l’ho conosciuto mi riferisco al fatto che so alcune cose di lui. Che non mi sono limitata a chiedergli il nome e l’età. C’ho scambiato più di due chiacchiere con Wilson che, senza timore o imbarazzo alcuno e guardandomi con quegli occhi neri così profondi, ha snocciolato particolari importanti della sua vita.

Ci eravamo già incontrati io e Wilson, tant’è che – dopo qualche secondo di incertezza iniziale – si è ricordato di me.

Wilson è nato il primo gennaio di 27 anni fa. Me l’aveva già detto, l’avevo dimenticato e mi ha rimproverata affettuosamente. Conoscere l’altro, comprenderne le differenze è una cosa difficile. Ci vuole pazienza, coraggio soprattutto. Il coraggio di spogliarsi di eventuali pregiudizi e della malsana convinzione di poter cedere ad analisi semplici e ridondanti. E’ faticoso anteporre la storia dell’ ‘altro’ alla nostra, che ci pare sempre la migliore, probabilmente per quella volontà involontaria di comunicare al mondo quanto siamo sensibili.

Wilson 7 anni fa è sbarcato a Taranto dalla Nigeria, lasciando lì la famiglia, tutta, che non vede da due anni e mezzo perché non riesce nemmeno a racimolare i soldi per un biglietto aereo.

Wilson vive a Grottaglie, ogni giorno monta su un autobus extraurbano e dalle 9 alle 13,30 lavora. O meglio, arranca, sopravvive. Ha un affitto da pagare Wilson, da qualche tempo lo divide con un amico perché le spese sono tante. E nonostante le difficoltà, nonostante “Life is not simple at all” (La vita non è per niente semplice), Wilson riserva ai passanti, a chi gli concede un rapido “ciao” o un “no grazie, non ho bisogno di niente”, un sorriso che ti devasta il cuore.

“Non voglio essere compatito, si dice così? – “I’m not complaining, because i believe in God”. Wilson sa che il suo destino non è quello di restare “aggrappato” al semaforo di Corso Italia a vendere fazzoletti o a lavare il parabrezza delle auto.

Quando gli chiedo com’è stare a Taranto, mi risponde: “Non si sta poi così male, ci sono le cose belle e le cose brutte come in qualsiasi altra parte del mondo. Alcune persone ti aiutano, altre meno. Quello che è certo è che qui ho trovato un amico. E’ una persona che sta aiutando mia sorella, che non ha mai visto, a studiare al college in Nigeria, le paga le spese e non è un uomo ricco. Non ci sono doppi fini in quello che fa, vuole solo aiutarmi. Ho pensato che quando un giorno tornerò in Nigeria, scriverò un libro su di lui, su questo signore tarantino con un’anima bella.”

fratellanza

“Non è da tutti, sai. Quando sono arrivato qui mi sono sentito dire che portavo le bombe dall’Africa. Come si può essere così ignoranti? Come si può essere giudicati solo per il colore della pelle o per la nazionalità di appartenenza. Io sono nero ma so leggere e so scrivere come te, che sei bianca; so fare la spesa come te, so andare dal medico e lavorare anche se la mia pelle è diversa dalla tua. Vado in chiesa, canto in un coro e per me è una delle cose più importanti della mia vita da quando sono qui. Credo in Dio e devo a lui quello che sono. Credo anche nella mia forza, credo nell’importanza di un sorriso o di uno sguardo perché la bellezza ci rende meno ugly, meno brutti. E trasmette allegria.”

“A che serve combattere, uccidere. Prima o poi moriremo, siamo tutti sotto lo stesso cielo. E io voglio credere che qualcosa di più bello accadrà.”

Wilson sta cercando lavoro, quando era in Nigeria ha fatto un po’ di tutto per mantenersi. E’ una brava persona, un ragazzo di 27 anni che vorrebbe non doversi svegliare ogni mattina, montare sul pullman per venire a Taranto e vendere fazzoletti.

Vorrebbe soltanto poter beneficiare dei diritti di cui tutti beneficiamo, stigmatizza la superficialità e il disprezzo in cui si è, suo malgrado, imbattuto recentemente quando ha provato a cimentarsi in attività che non fossero affacciarsi sulle macchine per elemosinare un po’ di attenzione.

E lo so che la storia dello straniero che ha i nostri stessi diritti, nonostante sia ospite, è un concetto piuttosto semplice ed elementare. Lo so. Eppure rispolverarlo ogni sacrosanto giorno dovrebbe essere un dovere morale e civile.

Sposare questa idea non ci rende migliori o peggiori; ed evito di considerare quell’esasperante narcisismo che macchia la nostra dirompente umanità sui social network, ad esempio, e che è talmente accecante da non farci rendere conto che a due passi da noi c’è chi ha un estremo bisogno di piccole ma incisive azioni quotidiane. No, non si tratta di questo. Sposare l’idea che lo straniero sia ricchezza e non povertà o penuria, ci dovrebbe rendere solo più consapevoli.

Consapevoli anche del fatto che, dopo anni di guerre e rivoluzioni, pure culturali, non abbiamo ancora la minima idea di cosa significhi fraternità e uguaglianza. Perché noi dello straniero sappiamo poco o nulla e abbiamo una paura fottuta. Paura che ci porti via il lavoro, la moglie, i figli, e tutta una serie di cazzate incomprensibili che non starò qui ad elencare.

E prima di vomitare qualsiasi analisi sociopolitica solo per imbrattare le bacheche con frasi stucchevoli e superficiali, riflettete. Riflettiamo. Wilson merita un’opportunità, merita di svegliarsi la mattina felice di mettere i piedi fuori dal letto. Chiunque voglia concedergliela sarà il benvenuto. E no, non sarà certo l’unico, ma sticazzi.

Se qualcuno volesse aiutarlo scriva a sedicotaranto@gmail.com oppure chiami a 099 6410685.

 

Photo credits: ruurmo (img mani)

 

 

16 commenti
  1. Michele
    Michele dice:

    Grande WIlson, un gran bravo ragazzo, grottagliese come me, amante della musica (anche se con gusti diversi) e sempre sorridente e disponibile.
    Bel servizio, davvero 😉

    Rispondi
  2. claudio
    claudio dice:

    Sentì io non voglio fare la morale,io SNO di Taranto é non ho diritto di niente però vorrei tanto conoscerti cosí tutte le cose che hai domandato halule farai anche a me e poi mi dirai,io voglio precisare che sono di taranto.POI quel Wilson che parli tu un giorno seguito e poi mi darai chi sta meglio tu o lui mi sto peettendo a dirlo perché lo so .
    Salve scusate

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  3. Margherita
    Margherita dice:

    Mi spiace per Wilson… ma anche noi tarantini abbiamo bisogno di aiuto perché senza lavoro… sia da diplomati e a volte anche da laureati….

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  4. pietro
    pietro dice:

    Mi spiace tanto Wilson, un ragazzo che conosco molto bene e spero per lui un futuro grandioso e gioioso per lui e la sua famiglia.

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  5. Renzo
    Renzo dice:

    Io invece lo aiuterò perché la sua storia è molto commovente ,peccato che in corso Italia non lo ho mai incontrato se no lo stavo aiutando da tempo

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    • claudia
      claudia dice:

      Si è vero anche noi tarantini abbiamo bisogno di lavorare…ma l educazione, l umilta’ , il sorriso , la gentilezza, la modestia, e l elenco potrebbe continuare all infinito…., sono qualità che ben pochi tarantini hanno. Sono tarantina anch io e ho conosciuto Wilson e qualche anno fa mi ha raccontato la sua storia…all inizio nn volevo credere a cio’ che mi raccontava perchè sapeva di inverosimile..ma con gli anni incontrandolo sempre li…ho capito che nn mentiva è che lui ha tanto bisogno di affetto, dell affetto di altre persone visto che la sua famiglia è lontana. Un giorno gli ofrii un panzerotto..ma mi son pentita subito dopo perche lui nn lo mangio’ subito..ma lo meise nella taca del pantalone…lo avrebbe mangiato dopo…mi disse….ora devo lavorare e nn posso farmi vedere che mangio mentre lavoro. Beh credo che questo nn meriti alcun commento. Buona serata…e condividete su fb in tanti …lui ha bisogno anche solo di una parola amica.

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  6. Raffaele
    Raffaele dice:

    Auguro a Wilson di poter trovare a Taranto quella serenità tanto agoniata.

    Per i tarantini che si lamentano anche leggendo questa storia invece consiglio di cercare di apprezzare quello che hanno, visto che in giro per il mondo c’è gente che scappa dalla vera povertà senza lamentarsi e piangersi addosso.

    (Complimenti per l’articolo :))

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    • Stefania Ressa
      Stefania Ressa dice:

      I tarantini che si lamentano non fanno testo. Semplicemente perché le lamentele portano al nulla se non vengono sostenute da azioni concrete di cambiamento.

      Grazie per i complimenti! 🙂

      Rispondi

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