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Benvenuto a Taranto: 6 cose da sapere se decidi di tornare

Tornare a Taranto per un terrone che ha vissuto millemila anni fuori la sua patria è un po’ come ricominciare. E qualche dritta non fa mai male.

Domenica è stato uno di quei giorni in cui il rodimento di culo ha avuto la meglio. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Lo so bene da quando ho rimesso piede in patria. Sì, perché ritornare a Taranto è un po’ come ricominciare. E ci sono sere, come quella di domenica per l’appunto, in cui l’entusiasmo e il coraggio che mi hanno spinta un anno fa a credere che la mia vita sarebbe tranquillamente andata avanti respirando polveri sottili, tuttavia con l’immagine del mare negli occhi, hanno lentamente iniziato ad evaporare. Niente paura, poi passa; è sostanzialmente la condizione necessaria e sufficiente di un terrone che torna al sud.

Ci sono cose che tuttavia un tarantino che abbandona polentonialand deve sapere prima di tornare a Taranto.

Avrai il mare a due passi

Che sembra una cazzata clamorosa, eppure per un tarantino abituato all’agognato quadrimestre maggio-settembre con le chiappe a mollo nelle chiare, fresche e dolci acque è cosa quantomai essenziale. Quando si torna a Taranto, dopo aver vissuto nella periferia milanese, romana o vattelapesca, il mare è il primo elemento capace di ricongiungerti con le tue origini, capace di cancellare in un attimo tutte le volte in cui hai imprecato contro i tuoi conterranei mentre si sparavano selfie al tramonto quando tu l’unica cosa che potevi spararti era una dose di adrenalina in vista degli esami universitari.

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Perché il mare placa, placa gli animi più inquieti e irrequieti come il mio. Placa pure quello stato d’ansia perenne che si avverte quando si rimette piede a Taranto. Dove per ansia intendo quella spinta dirompente nel voler fare qualcosa, nel volere a tutti i costi vestire i panni del supereroe per cambiare le brutture che altrove, magari, ci sono ma sono mascherate meglio. Non per tutti è così, ma sticatzi.

Il pranzo della domenica con le polpette non sarà più una chimera

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Quando vai via, a 18 anni, nella speranza di sbarcare il lunario altrove “perché al Nord ci sono più opportunità” (così dicono) nessuno ti avvisa invece che 10 anni dopo la lista delle priorità potrebbe cambiare. Che gli affetti più cari potrebbero essere il movente principale a riportarti “giù”, che il pranzo della domenica con le polpette della mamma e la guantiera canonica di pasticcini è un rito irrinunciabile.

Non dovrai più svenarti per tornare ad ogni ricorrenza

Banale? Niente affatto, perché dopo che in polentonialand ti sveni per apericena, cene, sushi, e la pizza Margherita a 10 euro (roba che a Taranto ci sono posti, graziaddio, dove la trovi a 3 euro, la Margherita), sarai ampiamente stupito quando il proprietario del locale ti renderà lo scontrino (semmai dovesse rendertelo) con su scritto “pizza, birra e tanti saluti a 5 euro”. Anzi, avvertirai l’impeto di rendergliene almeno il doppio, così… per abitudine. E solidarietà. In compenso, i soldi risparmiati sulle “discese in terra madre” potrai usarli per rifarti di tutti i cornetti del Merendaio a cui hai dovuto rinunciare, le pucce, le impepate di cozze e tutti quegli attimi di felicità che riempiono lo stomaco e il cuore.

Non avere aspettative altissime

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O meglio, cerca di avere aspettative all’altezza della compagine sociale in cui hai deciso di inciampare, di nuovo. Nel senso che, Taranto è una città bella, con delle potenzialità incredibili. Solo che, c’è l’Ilva, c’è la diossina e c’è gente che schiatta per il cancro. Ci sono anche gli incivili, gli abusivi e chi con le regole si ravana le palle… ma c’è anche gente che sa perfettamente com’è la situazione, c’è gente che il culo se lo spacca per davvero. Che, non appena possibile, nonostante lo sguardo e lo spirito disincantati, non perde un secondo della vita per ricordare che l’unica vera salvezza di questa città è la riconversione mentale, è la cultura, a dispetto di decine di anni vissuti all’ombra dell’industria siderurgica, a dispetto di chi pensa che siamo alla frutta. Che è tutto inutile. Caput. Fine. Bon.

Tornare per ritrovarsi

Si torna per una serie sconfinata di motivi, e anche un po’ per ritrovarsi, per ritrovare quelle radici e quell’autenticità che tendiamo a smarrire quando si superano i confini ultraterroni. Andare via non significa abbandono, così come tornare non significa avere più coraggio di chi a Taranto ha deciso di non restarci.

Tornare significa ricominciare con la consapevolezza che non sarà facile; che spesso risulterà svilente sbattersi per una terra che appare a tratti poco generosa; che ci verrà l’orticaria a furia di imbatterci nella corruzione di chi questa città millanta di governarla; che ci verrà l’orticaria a furia di imbatterci nella maleducazione, nella spazzatura, nell’ignoranza che aggredisce parecchi angoli del territorio, nei disordini, pure quelli mentali e in quell’individualismo malato che è la condicio sine qua non per lavorare a Taranto, malgrado la collaborazione e la condivisione di intenti e idee siano le uniche risposte plausibili a questo degrado umano, a questa deriva che ci spoglia dei nostri sogni.

Il futuro è incerto, eppure tornare non è poi così male.

I punti di riferimento

Tornare è ri-appropriarsi dei punti di riferimento, delle tradizioni, del mare nostrum, delle serate in spiaggia con gli amici, persino del fruttivendolo di fiducia e delle espressioni dialettali colorite (ché i tarantini quando parlano fanno ridere assai.) Tornare a Taranto è lasciare andare finalmente quella sensazione lancinante che ti assaliva quando Taranto dovevi lasciartela alle spalle, direzione casa al Nord che casa non è.

Tornare è lasciare andare quella costante nostalgia che ti consuma quando sei sulla Marozzi in preda ad una crisi mistica, quella nostalgia che impregna le decine di foto scattate di fronte al Ponte Girevole e i pensieri che si arrovellano durante il tragitto.

Perché alla lontananza non ci si abitua mai. Non ci si abitua mai a non passeggiare sul lungomare, con il puzzo di piscio che pervade le narici, non ci si abitua a non osservare i tramonti di Taranto, ad assaggiare le cozze, a brindare con la Raffo che resta la birra nostra. Non ci si abitua a non passeggiare nella città vecchia, ad incrociare gli sguardi di qualche disgraziato, ad ammirare i pescatori, i bambini che corrono, urlano e sembrano felici.

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Non ci si abitua a non prendere per il culo le signore borghesi della città, con la “messinpiega” perfetta, le mani sempre in ordine e quell’aria di chi non si spezzerebbe un’unghia manco per sbaglio. Non ci si abitua. Mai. Tornare è riabituarsi a tutto questo, tornare è anche assumere la consapevolezza di essere una persona diversa rispetto a quella che eri quando hai fatto i bagagli. Più pretenziosa, volendo esigente. E a fare i bagagli non c’è niente di male. Purché ci si senta liberi. Di andare o restare. Purché a chi chiede non senza insistenza “Perché sei tornata?”, si risponda seccamente “Tu, piuttosto, hai mai provato ad andare via?”

Così.

Per curiosità.

Photo credits: Luca Nebuloni (img polpette) – Fabio Duma (img mare) – Giulio Farella (img ilvoluzione) – Totally Unnecessary Productions (img stazione) – ambienteambienti.com (img di copertina)

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