cozzari di taranto

Chi sono i cozzari, l’oro nero di Taranto?

Un’esperienza unica quella con i cozzari di Taranto, te la racconto!

Quattro e mezza.
Sotto il ponte Punta Penna di Taranto sembra di trovarsi in una dimensione ultraterrena nella quale puoi entrare solo se ti sei guadagnato l’accesso con sacrifici umani. Il cielo non esiste. Il Mar Piccolo è viola metallizzato. Sul mondo troneggia una sensazione di immobile spettacolo. Ce ne stiamo attraccati, fermi, succhiati dal panorama criptico.

Incrociamo Antonio, il boss, occhi di ghiaccio che contrastano con i baffi ingialliti. Ha le braccia contratte per il sollevamento delle ‘zzoche di cozze, quelle reti che contengono il vero oro nero tarantino. Ci spostiamo al suo molo dove ci sono le paranze, barche piatte con due zone d’appoggio adibite al carico di cozze. Antonio fa questo mestiere da una vita. Ogni mattina lui e la sua squadra si svegliano alle due di notte, raggiungono il secondo seno del Mar Piccolo ed iniziano a sbattersi fino alle nove, le dieci.

Veniamo recapitati a due uomini che ci faranno fare il tour completo della cozza tarantina. Gli hombres si chiamano Egidio ed Angelo. Egidio si mette al timone, sulla paranza in legno scorticato ci sono due enormi pile di cozze, intersecate l’una addosso all’altra come muri a secco. Angelo ci stringe la mano e non ci guarda in faccia, ha delle cicatrici longitudinali lunghe una ventina di centimetri che si rincorrono sull’avambraccio.

“Le cozze tagliano, il guscio è peggio di un coltello.”

La barca viaggia a passo lento ed è d’obbligo immergersi nel panorama paradossale di Taranto: ciminiere, serbatoi ripieni di merda petrolifera, teschi volanti e dall’altra parte della barricata stanno Angelo ed Egidio, gli eroi, gli uomini di mare che si scontrano con un mondo che li vuole tutt’uguali, alla garrota, berlinati, ché ‘sto mestiere chi lo fa più?, siete anacronistici, non è meglio aprirsi una rivendita di cover per l’Iphone?

Prima fase: spostare le cozze

Prima fase: spostare le cozze causa pulizia. L’acqua filtra l’accumulo di detriti e sporcizia. Più vai al largo meglio è.
“Ogni giorno facciamo così: carichiamo, appendiamo, e poi tiriamo a secco per farle asciugare.”
“Già, l’arte dei pazzi.” fa Angelo.

Le cozze tarantine sono le migliori e questo è un dato di fatto. Inconfutabile. Cozze spagnole, adriatiche: scendete di un gradino. Le tarantine sono le migliori con tutto che l’Ilva vomita agenti inquinanti a fare male. Nel 2013 ci fu un casino grosso: venne riscontrata della diossina nelle cozze del primo seno del Mar Piccolo, quello a ridosso dello stabilimento. Tonnellate di mitili al macero e un fottio di famiglie senza stipendio.
“Io le mangio sempre e sto ancora qua,” dice Egidio “quindi giudicate voi!”

Salutismi a parte anche l’azienda di Antonio ha dovuto adattarsi e spostare la produzione nel secondo seno, ritenuto idoneo. Taranto è la città dei Due Mari, Piccolo e Grande, divisi dal Ponte Girevole. Il Mar Piccolo è quello cazzuto, da secoli crocevia dell’economia ittica tarantina, il Mar Grande è invece appannaggio di ombrelloni, mojito e culi antigravitazionali.

Il cielo è una striatura che varia dal grigio al rosa evidenziatore. Angelo ed Egidio usano una stecca di legno a forma di croce –il fuercio– per sollevare il cordame delle boe, alle quali sono appese una ventina di ‘zzoche. Egidio mi mostra delle cozze sbrindellate senza più il frutto. Angelo si guarda le scarpe e lega le ‘zzoche alla corda bianca.
Incomincia a piovere. Egidio si preoccupa per noi perché la pioggia si fa serrata.

“No t’preoccupà p’lor,” fa Angelo “Ché sono giornalisti e stanno sempre in mezzo alle bombe in guerra, vero?”
Quando finiscono di appendere le ‘zzoche ci spostiamo ma di poco, rimanendo nell’area circostante, perché bisogna caricarne delle altre. Egidio mi indica dei pali di legno con delle reti verdi tipo quelle del settore ospiti di San Siro. Sono gli stenditori, le cozze si fanno asciugare là sotto d’estate, senza le stendature le cozze marciscono colpite da raggi di sole bollenti.

Seconda fase: il carico della merce

Inizia il bello: il carico della merce. La seconda fase. Angelo ed Egidio ci fanno spostare sulla prua e si osserva con biblico rispetto. Non hanno braccia da palestrati eppure sollevano sessanta, cinquanta chili di cozze con una facilità da fuoriclasse. “È tutta ‘na cosa complessa assai, devi fare un insieme di cose e… non so come dirlo, io l’ho imparato e basta.” fa Egidio.

Le cozze tirate a secco innaffiano la situazione di un profumo così forte da meritare una spaghettata, se solo ci fosse un fornello a gas. Svolgono il lavoro con una velocità d’esecuzione infiammabile, che fa capire come i due cozzari qua abbiano sale e cozze nel DNA.

Egidio solleva una ‘zzoca e ci dice la cosa definitiva.

“Dovreste vedermi la sera a casa quando torno. Se sta tipo Juve-Barcellona e sull’altro canale danno un documentario sul mare, io mi guardo il documentario.”

Cos’è questo se non amore puro incontaminato?
Angelo fissa in tralice un punto morto, forse disprezza la nostra calata giornalistica nel suo mare.
Rientriamo verso il molo carichi di gemme nere e saliamo sulla paranza di Antonio. Dobbiamo assistere alla fase primordiale: il riempimento delle ‘zzoche.
“Nah, vedi come si fa!” mi fa Antonio con la sua voce pesante.
Per farla breve si prendono dei normali tubi d’idraulica in plastica, ci si infila la ‘zzoca come infileresti un preservativo e dal buco superiore invece della carne cavernosa ci passano le cozze piccolissime, il novellame.
“Le cozze a Novembre producono quella che noi chiamiamo l’allattima, il seme della cozza che ovunque si attacca fa nascere il novellame.”

Anche Antonio con i suoi commilitoni è rapido nel terminare il dazio lavorativo e in un paio d’ore indirizza la prua verso il molo, per rientrare. Ci offrono del caffè da una bottiglia di vetro della Yoga.
Quello che ho visto si racchiude in un diadema composto dall’esclusiva parola che troppe poche persone hanno il coraggio di cercare e pronunciare: PASSIONE.
Loro hanno passione.

Svicoliamo sulla banchina di Taranto Vecchia, assestandoci a due metri dall’acqua. La salsedine azzanna il pontile di legno e ferro sopra cui si edifica il commercio del nostro grossista di riferimento, Giuseppe.

La città vecchia

La Città Vecchia: un monumento debosciato, l’intestino crasso di Taranto. Dei piccoli vastasi impennano sui cinquantini sflangiati e veniamo accolti dai pescatori del pontile come scarafaggi che s’insediano in una congrega di vedove nere.
“Non è che ci mandate la questura qua, ah?” fa uno dei presenti.
La struttura dove ci troviamo è di fatto un pontile deragliato abbandonato a se stesso che Giuseppe, assieme ad altri cinque o sei ragazzi che si dividono i compiti, gestisce come suo territorio privato.
“Ah, siete gli amici di Antonio… appost’ allora!”
Insomma dal produttore al grossista, canale di marketing bello lungo per la cozza tarantina. Giuseppe infatti compra le cozze da Antonio e poi le rivende alle pescherie, ai ristoranti e ai singoli consumatori.

Un signore scafato con una cicatrice sotto la gola e baffi neri meridionali fa segno di non voler essere fotografato. Non parla, non ci riesce, l’ipotesi che va per la maggiore è un tumore alla gola… od una lamata sulla carotide.
“Però posso darvi un consiglio?” fa un ragazzo con un tatuaggio nuovo di zecca sul bicipite “non fotografare a Peppe che si squascia l’obbiettivo!”

Cuenz, vurpi e sfottò

Peppe sta preparando ‘u cuenz, una metodologia di pesca tarantina basata su lenza lunga oltre i 200 metri con cento e passa ami che scandagliano il fondale. Come esche usa dei paguri rossi a cui taglia l’addome, che sembrano mostri partoriti dal cranio di Tim Burton.
Mi colpisce l’eleganza, la maestria con cui i ragazzi aprono le cozze. Per farlo si utilizza un coltello specifico, la grammedd’, che viene conficcata nella cozza e con un colpo secco, come una rullata a calciobalilla, il pescatore di turno apre l’involucro, lo svuota e manco hai capito com’ha fatto che ne ha aperta un’altra.

Scivolano in endovena risate battute e sfottò quando arriva un gommone con sopra un uomo coi capelli lunghi e sottili. S’avvicina a Peppe con due casse: dentro ci sono cinque barracuda e cinque vurpi. Peppe tira fuori un pezzo da venti e uno da dieci e il gommone ci lascia tornando verso l’orizzonte. Resto perplesso, credevo avesse una sua batteria di uomini da spedire in mare.

“Io per conto mio pesco, sì, ma chi ha qualche cosa da vendermi qua può passare sempre.”

Chiaro il concetto? Come in una società primitiva. Al posto delle conchiglie o delle punte di freccia c’è il vile denaro, va bene, ma stiamo comunque parlando di baratti. Un qualunque ubriacone con velleità da pescatore potrebbe uscire a mare, recuperare una decina di sogliole e pagarsi coi soldi di ‘mbà Peppe le bevute serali al bar. Nell’assembramento di facce abbronzate, orecchini e pance da birra c’è anche Momo, un ragazzo del Mali. L’unico che indossa i guanti per aprire le cozze.

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Arriva un Ciao guidato da un papà con due figli al seguito. Scende e chiede due chili di cozze a Peppe.
“Momo! Vai a prendere due chili dal frigorifero!” grida Peppe.
Frigorifero?
Mi giro e vedo Momo che estrae dall’acqua due reti con le cozze. Pesatura, banconote da cinque e via, alla prossima. Volete il chilometro zero, eh? Bene stronzi, fatevi un giro a Taranto e avrete una cozza prodotta, venduta, cucinata, mangiata e cagata nel raggio di dieci chilometri.

Rimaniamo tre ore incantati ad osservare i movimenti ripetitivi degli apricozze. Szack, tac, tac. Finito. Offriamo un giro di caffè ai presenti e quando capiamo d’avergli ammorbato le palle molliamo gli ormeggi – tanto per restare sul lessico alla Melville -, abbracciandoli come se fossero i nostri maestri spirituali e noi i novizi che devono andare in giro a spargere il divino verbo della cozza.
Ci allontaniamo e il contrasto per eccellenza è dato da Peppe che cincischia sulla sua barca dando le spalle all’acciaieria.
Che cazzo di città, la nostra Taranto.

Questo articolo, a cura di Lorenzo Monfredi, è comparso anche sulla rivista Riders.

Le foto sono a cura di Matteo Cavadini.

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