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La mia giornata su Viale del Tramonto a Taranto, tra polpette e parmigiana

Sono stata a San Vito. E quando dico che sono stata a San Vito intendo sulla spiaggia di Viale del Tramonto. Ci sono stata per girare un video per il blog insieme ai ragazzi di Visart e il nostro frontman, Alessio Celino. Ti racconto com’è andata.

E mi ritrovai su viale del Tramonto che poco ha a che fare con il romanticismo della pellicola di Billy Wilder, ma tant’è. Tuttavia, ho visto con i miei occhi usanze tarantine di cui, fino ad allora, avevo solo sentito parlare.

Non appena arriviamo selezioniamo accuratamente il fazzoletto di spiaggia sul quale avremmo eretto il nostro accampamento. Gli sguardi indiscreti e le raccomandazioni – “c’ avit fà aqquà, a mè mi devi riprendere?” – non si fanno attendere e mentre cerchiamo di diffondere il verbo della buona e pacifica convivenza, tranquillizziamo gli assidui frequentatori del posto destando sì qualche sospetto, ma anche simpatia.

Accanto a noi un ragazzo di 13 anni, Vittorio, si offre volontario per reperire persone sulle quali puntare i riflettori. “Signò a vue fa nà intervist?”, ed è subito amore. Tentiamo in tutti i modi di sciogliere il ghiaccio, nonostante la temperatura dei 40 gradi all’ombra, il sudore che impregna le chiappe e le signore che ci chiedono a “cè canal appartien?”, ci mettano a dura prova

Dopo qualche domanda indiscreta sull’abbronzatura perfetta, su quale sia la spiaggia migliore di Taranto e il pranzo adatto ad una giornata come questa, decidiamo di metterci in marcia – con la sabbia che ustiona le dita dei piedi e infuoca bestemmie ad ogni piè sospinto – alla ricerca di anime pie con la teglia di parmigiana.

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Qualche tendopoli più in là, c’è Maria che il marito tenta di barattare. “Purtatev a Maria ma la pasta al forno addà sta aqquà.” Maria, nel frattempo, ci invita a pranzare con gli altri settordicimila commensali e mentre ci mostra non senza fierezza i chili di melanzane nell’alluminio, Pasquetta style, arriva un’amica con un polipo tra le mani e un palo di cozze. Roba da professionisti.

Dopo aver rimediato un piatto di pasta al forno – per opera dello spirito santo – torniamo alla postazione e tac, nonna Lucia – conosciuta dalla spiaggia più gettonata di Taranto come “Cia” – inizia a sistemare la postazione per friggere le polpette. Padella in una mano, fornetto elettrico nell’altra, Lucia è inarrestabile. I nipoti, in un andirivieni incessante, attendono ansiosi quelle palle di carne che farebbero invidia a un vegano. Lucia si incazza, i grammi di macinato sono contati e l’afa non scoraggia certo la nonna delle nonne a farsi i vapori di fronte all’acciaio rovente.

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La tavola, comunque, è imbandita come vogliono le migliori tradizioni domenicali tarantine. Nonostante non sappia il nome della padella nel nostro dialetto, Lucia di fronte alla mia conclamata ignoranza si scopre generosa e anziché privarmi delle sue golosissime polpette, me ne riserva 5. Perché le polpette vanno mangiate dispari.

Sono le 13, c’è chi ha già consumato il pranzo, chi inizia ad arrostire la carne, chi gioca a carte e chi infine leva le tende, nel vero senso della parola, e raggiunge casa per l’agognata pennichella pomeridiana. La calura ci costringe ad allontanarci e a smontare baracche e burattini tra le urla di un non bene identificato signore che bercia numeri, a suo avviso, vincenti e che qualche minuto prima ha venduto ai temerari avventori.

La giornata ci pare surreale, il fatto che nessuno di noi sappia dire padella in dialetto tarantino pure.

Disagio everywhere.

Photo credits: Tarantino Vincenzo (img in evidenza)

 

 

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