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Addio Coin: si spegne l’insegna simbolo del salotto buono di Taranto

Ieri mi sono affacciata dal balcone di casa che dà su via Anfiteatro e mi sono ritrovata faccia a faccia con un andirivieni di operai che smantellavano la Coin.

Non che sia mai stata avvezza agli acquisti alla Coin di Taranto (ho sempre preferito il classico negozio di quartiere), ma sapere che la grande insegna di via Di Palma – che per più di 40 anni ha illuminato il salotto buono della città – sta per essere oscurata e, peggio ancora, rischia di essere smantellata mi inquieta abbastanza.

La questione della grande distribuzione – perché di questo trattasi – è annosa e disseminata di ostacoli che, a fronte di una città profondamente provinciale, sono difficili da superare. Nel caso specifico della Coin (con l’accento sulla ‘i’, mi raccomando), più che soffermarmi sulle cause e sugli effetti che si ripercuoteranno sui lavoratori (seppure abbia letto che saranno reintegrati), voglio soffermarmi su cosa il gruppo di Vittorio Coin ha rappresentato per il nostro territorio.

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Sì, perché la Coin era il ritrovo della generazione mia quando – privi di qualsiasi apparecchio tecnologico – ci ritrovavamo di fronte alla mega scritta al neon e alle vetrine illuminate dell’alta moda. La Coin era il punto strategico dal quale prendevano il via le ‘vasche’ nel centro di Taranto. Un andirivieni incessante tra via Di Palma, via d’Aquino, piazza Maria Immacolata, piazza Carmine e, infine, sempre Coin.

Eppure, nonostante fosse un collettore di giovani tarantini, soprattutto il sabato sera, la Coin non può in alcun modo essere considerata la mecca del commercio della città dei due mari. Non può per il semplice motivo che a noi, a Taranto, ci è sempre piaciuto acquistare nei punti vendita di vicinato, familiarizzare con il commerciante, chiamarlo per nome, snobbando le grandi catene, seppure portavoce di brand di un certo livello. Seppure un gruppo come quello della Coin abbia dato un’impronta notevole e senza eguali alla nascita dei centri commerciali, senza per questo rinunciare a criteri e principi di ricerca di qualità nell’offerta di prodotti e servizi.

Pare che al suo posto via di Palma ospiterà OVS – che tra l’altro nasce negli anni ’70 per offrire al pubblico le rimanenze di magazzino Coin rimaste invendute; bisognerà aspettare il 1972 perché divenga una divisione autonoma – che simboleggia un mercato senza troppe pretese, se ci pensiamo bene. Un mercato mordi e fuggi, una catena d’abbigliamento veloce. Veloce come i tempi che corrono e corrono forte. Veloce come il cambiamento che ci travolge e ci assale. Ci assale come la crisi che ha fatto lo sgambetto a commercianti storici, che ha stravolto la geografica economica delle città; che ha stravolto pure le necessità e il comportamento del cliente, un tempo attento al dettaglio, al particolare, oggi invece attento soprattutto alle tasche e disposto a spendere nei “supermercati” dell’abbigliamento.

Certo è che “Ragà ci vediamo all’Oviesse”, non suona poi così bene, non ti pare?

 

Photo credits: anna_calabrese1 (img di copertina)

 

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