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Perché Taranto vive di apparenze?

Parlavo con un’amica qualche giorno fa di quanto sia difficile fare qualcosa a Taranto, una città sospesa su quell’imperante e fastidiosa tendenza a conformarsi alle convenzioni sociali. Già, le convenzioni.

Sempre questa amica mi raccontava di come, stando ad esperienze di altri amici, sia difficile fare rete. O quantomeno collaborare con persone mosse dallo stesso obiettivo. Laddove sullo spirito imprenditoriale e sul fare gruppo, vince il desiderio di mostrare al mondo intero (quel mondo che si dà appuntamento sui social network) quanto la propria vita sia figa. Laddove basta una foto postata su Instagram con i filtri giusti e una citazione presa a caso da chissà quale sito di citazioni a caso per indossare il mantello di “Super Taras Man”.

Perché le apparenze, soprattutto in Terronialand, sono le scialuppe di salvataggio di chi ha tanto da dire ma che alla fine non dice niente. Un esempio pratico, oramai abusato, è quando a Taranto ci si imbatteva (e probabilmente ci si imbatte tuttora) in orde di ragazzi, famiglie, teenagers con le Hogan ai piedi (che costano notoriamente quanto lo stipendio di uno stagista in qualche parte di Poletonialand) pur avendo le pezze al culo.

Al di là delle Hogan, tuttavia, che hanno fatto il loro tempo le apparenze a Taranto contano, al punto da far sembrare Blair Waldorf una dilettante. Contano come quando fai qualcosa di bello, senza avere grandi nomi alle spalle, etichette scomode o politici di sorta, ma i riconoscimenti sono sempre pochi ed anzi viene applicato il veto sul parlare e diffondere il verbo delle cose buone e giuste che sono state fatte (a meno che non le abbia fatte tu stesso, si intende). Perché – come mi disse qualcuno – la torta a Taranto è piccola e se sei particolarmente goloso rischi di dover andare altrove, in qualche luogo più appetibile dove le torte, magari, te le tirano dietro. Dove non sei costretto a collezionare ovvietà, rodimenti di culo e il vizio logorante (perché è logorante) di voler fare le prime donne a tutti i costi.

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A quel punto non puoi che uscirne incredulo dal ginepraio folle e insensato di invidie, apparenze per l’appunto, e superbia che macchia tutti quelli che – pur non avendo professionalità e umiltà alcune – pensano di conquistare il mondo e le genti sventolando l’ascia della presunzione e del “seguitemi a prescindere”.

Accade perciò che nel regno dei Terrons la dinastia suprema della gente che conta affolli la compagine sociale, sempre più assoggettata alla “forma” che ai “contenuti”.

Fortuna che, a fare da contraltare, c’è un gruppo ristretto di terroni che si rimbocca le maniche e nonostante la taglia sulle proprie teste pensanti, va avanti. Va avanti, oltre qualsiasi diplomazia coercitiva esercitata e fa. Dove il verbo “fare” in una città come Taranto, più incline al verbo “parlare” o “sproloquiare”, è un atto di coraggio.

Ed io sono dalla parte di chi abdica al diritto costante di spettegolare e si mette in moto. Ogni santo giorno della vita, anche quando i sogni e le aspirazioni sembrano lontanissimi, anche quando il butto di sangue è dietro l’angolo. Anche quando si vorrebbe emigrare di nuovo, eppure alla fine si resta.

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