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Se decidi di tornare a Taranto, sappi che avrai bisogno di tempo!

Se c’è una cosa che ho imparato, da quando sono tornata a Taranto, è che ho bisogno di tempo.

Sono andata a mangiare vegan con alcune amiche qualche giorno fa, non perché rientri realmente nella categoria, semplicemente ero, eravamo curiose e volevamo trascorrere la serata insieme dopo una quantità di tempo indefinita di assenze.

Sta di fatto che, a un certo punto, tra un piatto e l’altro, mentre io e l’amica più riccia che ho eravamo fuori a fumare la sigaretta di rito, parlando del più e del meno è venuto fuori – abdicando a tutte quelle parafrasi motivazionali di circostanza – che avrei dovuto stopparmi, improvvisamente, come quando ci si stoppa di fronte al gatto nero con l’auto se sei un becero superstizioso, smettere di lavorare per un po’ e prendermi del tempo per stare con le persone che amo. Una sorta di: “chi te la fa fare a spaccarti h24 se poi ti perdi le cose importanti: l’amica che cambia casa, quell’altra che procrea, l’altra ancora in procinto di sposarsi o di investire in un progetto a Taranto o cazzonesò?”

Allora ho pensato che, da quando sono tornata a Taranto (ormai 2 anni, che mi paiono una vita), quello di cui ho realmente bisogno è il tempo, tempo per me stessa, per i miei cari, tempo per un weekend fuori spensierato con il mio compagno, rinunciando a quella tendenza nociva dell’always on. Tempo per mandare a cagare il carosello di impegni sull’agenda, che nemmeno Trump all’indomani delle elezioni.

Se mi avessero detto che, una volta in patria, avrei dovuto avere e pretendere molto più tempo per organizzare la vita di quanto immaginassi o me ne servisse quando ero un’emigrata, avrei riso. Forte. Eppure, senza girarci troppo intorno, il passaggio dalla condizione di tarantino fuorisede a tarantino in sede, è più difficile di quanto si pensi.

Perché se da un lato è vero che Taranto è una città tutto sommato fertile, dove le buone idee faticano poco a sedimentarsi, è vero anche che il sacrificio è doppio. Lo è perché, soprattutto se vuoi ritagliarti una fetta nel business channel e creare qualcosa di tuo che per di più ti consenta di campare (come la scrittura o il lavoro sul web, nel mio caso) devi accettare che il tempo non sarà mai troppo. Che i sacrifici, in una società settata sull’industria, sono di gran lunga più grossi specie se decidi di abitare in quella dimensione creativa che molti di noi vorrebbero arredare con sogni e speranze.

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Mettici poi che l’ambiente circostante offre pochi stimoli, o meglio non offre stimoli sufficienti per fantasticare o credere che qualcosa di straordinario sia possibile (cit.), capisci bene che il discorso sul gioco che vale la candela è complesso assai.

All’inizio, mi incazzavo. Mi rodeva obiettivamente il culo, piangevo, mi disperavo, facevo incetta di lamentele inutili e controproducenti fino a quando non ho capito che i cambiamenti più importanti avvengono in silenzio. Senza fare troppo rumore. Lavorando sodo, certamente, ma evitando di affiggere manifesti e senza arrendersi a scenate plateali.

Ho capito anche che trovare il tempo di tenere il mondo fuori la porta, in una città che un po’ ti consuma e ti presenta ad ogni boccone un conto salato, è necessario; così come è necessario ascoltare solo chi realmente vuole dirci qualcosa e non chi interagisce con noi nello stesso modo con il quale interagirebbe con la vicina di casa per chiedere le uova.

Ho capito che nessuno sfugge alla quotidianità ma c’è chi è più bravo a staccare la spinta, quantomeno mentre mangia, defeca o dorme. Su questo, ci sto lavorando (sullo staccare la spina, intendo, non sulle attività fisiologiche). Ho capito che il fatto che in alcune occasioni sia caduta non significa che abbia fallito e che ho invece imparato il modo migliore per non ricascare. Accanirmi contro Taranto non servirà a migliorare la situazione, quella mia, in cui non v’è equilibrio che tenga e che, piuttosto, il non avere un equilibrio, seppure in questa frenesia matta e disperatissima, è il segreto vero.

Ho capito che il tempo ricompenserà i miei sforzi, i butti di sangue, la fatica sul campo per essere quella che sono diventata. Ho capito che ho fatto e continuo a fare di tutto per meritarmi il tempo che sacrifico sull’altare delle faccende professionali; che Taranto può aspettare e che non sarà il mio desiderio dirompente o questo inferocirmi per vederla cambiata a mutare il corso delle cose. Sarà, nondimeno, il mio impegno costante e giornaliero.

Forse, allora, questa stanchezza cronica, questa frustrazione comune per la mancanza di un successo immediato, ce la lasceremo alle spalle. Consapevoli, tuttavia, che bisogna rallentare senza fermarsi.

Ci vuole tempo per capirlo, ci vuole tempo per ogni cosa. Tempo per abituarsi ad una città che, al di là dei tramonti mozzafiato, le mozzarelle, le pucce, le spiagge, il mare, i boccacci della mamma e la Raffo ghiacciata (che, ok, non è più la birra di Taranto ma detiene la medaglia al valore), ci mette alla prova.

Ed io, personalmente, l’unica prova che mi sono concessa di non superare è stata statistica all’Università. Dopodiché, ho capito che non era quello che volevo fare e ho cambiato. Ricominciando, rimettendomi in gioco. Prendendomi il tempo necessario per svoltare. Già, il tempo.

Photo credits: Fabrizio Pastore

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