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Un panino sotto il Ponte Girevole fissando la città, ed è subito magia!

Metti due amici, una mattinata di sole, due sfilatini riempiti con prodotti tipici ed ottieni una giornata magica sotto il Ponte Girevole.

A volte c’hai quella scimmia addosso che ti dice “bello, vedi di darti una scossa altrimenti ti mordo e ti passo ogni infezione possibile e immaginabile”. Ti senti prudere, hai necessità di scioglierti i muscoli tanto quanto un tossico ce l’ha di bucarsi in vena, guardando il mar Jonio dagli scalini del lungomare.

Io e Alessio ce ne stiamo svaccati in via Di Palma. Il centro di Taranto. Il cielo è un classico: azzurro con leggere nuvole bianche. Il freddo da pinguini è svanito, ora c’è un bel sole, capace che se ti metti schiena in giù a mare poi t’abbronzi pure.

Ho l’aereo tra sette, otto ore. Non lo so. Si fa fatica a ripartire verso la guarnigione nordica. Perché ci sarebbe così tanto da fare, qua a Taranto.

“Sta città c’ha delle potenzialità inespresse che manco l’Arsenal”, fa Alessio.

“L’Arsenal non vince da uno sbonno la Premier, ma non mi pare che sia inespresso”, rintuzzo io.

“Vabbè allora l’Inter di ‘st’anno”.

“Già va meglio”.

Azzecchiamo una combinazione di strade che ci fa salire un po’ di sorrisi, di quelli veri e non artificiali. L’elegante via Anfiteatro coi panifici e i negozi di antiquariato, il tratto di via d’Aquino dove sta Dolce Idea e Mandese “che per me Dolce Idea è Mielandia, il negozio di Hosgmead, mentre Mandese mi sa proprio di Olivander, quello delle bacchette di Harry Potter”, fa Alessio.

Cazzo uagnù: Taranto è proprio bella. Pure di notte c’ha qualcosa di particolare, coi lampioni che pisciano una luce arancione da brodo di carne. Ma col sole, così, è pura schermaglia, è lucentezza.

In un modo o nell’altro, arriva l’una meno venti.

“Oh, puntata al due mari?”

“Sì, ci sta tutta”.

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SBADANG!

Il sottoscritto fuorisede, e il residente tarantino ma un poco asociale Alessio Celino, mica sapevano che il Panificio Due Mari ha la saracinesca abbassata. Un cartello dice ferie dal 3 al 30. Ma di che mese?

“Modò ‘mbà se va a chiudere il due mari amm’ finit’…”

Osservo la saracinesca impolverata. I bei momenti di appena qualche minuto fa sembrano essersi bruciati. La fame avanza, e andare in una creperia loffia nemmeno ci pensiamo.

Il colpo di genio, il tiro di controbalzo arriva dal buon Lorenzo.

“In via Margherita sta tipo una salumeria, affianco c’è un fruttivendolo… ci spariamo due sfilatini co’ provolone e salame e ce ne andiamo giù, sotto alla marina, dove sta il segnalatore verde!”

“Asciute!”

La salumeria è di livello. Ci sta mezza Marina Militare a farsi affettare bresaole e carciofini. Noi andiamo sul pesante: salame piccante e provolone per Celino, mortazza e caciocavallo per Monfredi.

Sfanghiamo giù, percorrendo i quattordicimila gradini che, da via Roma, ti portano al livello del mare.

Non c’è nessuno.

Ci mettiamo seduti e fissiamo la città vecchia, le palme della banchina, il mare, IL TUTTO.

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Ragazzi, che ve lo dico a fare? Endorfine a tremila giri. Altro che una striscia di cocaina. Fatevi un panino coi piedi che svicolano direttamente sopra l’acqua nera del Mar Piccolo.

Il vento c’è ma è piacevole.

“Certo che se non ci fossero le ciminiere…”, mi fa Alessio.

“Io non la vedo così…”

Io la vedo, in effetti, che l’Ilva di sicuro ci ha segato le gambe. Ci ha ucciso lentamente, ok. Ma ormai sta là. Ed è per questo che la nostra città è un magico contrasto: perché nella merda continua ad essere bona, affascinante. Con tutto che ingolliamo polveri sottili, vedere passare i pescherecci inseguiti da quei cazzo di gabbiani è roba da brividi a punta di spillo. Esperienze superiori.

Perciò, non ha senso lamentarsi e amen. Sì, c’è l’Ilva, ma lavoriamo comunque sul nostro futuro. E poi spacchiamo proprio perché abbiamo tanto l’operaio alla colata continua, quanto il pescatore che si sckatta la tecnica del cuenzo per raccattare spigole e orate.

“Com’è che siamo solo noi due, qua?” fa Alessio “dovrebbe starci il carnaio… altro che le chiacchiere! Al limite ci becchi i vecchi pescatori che vanno di lenza… ma i ragazzi? Quelli preferiscono sputtanarsi uno stipendio – dei loro genitori poi, ché son tutti bravi a fare i pieni di soldi chiedendo la paghetta al papà – al Canale, quando basterebbe un panino alla buona per sentirsi felici… quant’abbiamo pagato? Due euro a testa?”

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Rispondo di sì. In effetti, de gustibus, però cazzo, com’è che la gente di Taranto preferisce un caffè stando seduti dentro quelle capsule di vetro esterno, i déhors, rispetto al paninazzo ignorante davanti ad uno spettacolo come il Mar Piccolo? Che poi quei cazzo di tavolini esterni intabarrati dentro ‘ste gabbie… sembrano dei ratti da esperimento di laboratorio. Ti somministrano il veleno facendoti bere il caffè. Topi…

Alle due tocca risalire. Avremmo passato tutta la mattinata e la serata qua, a chiacchierare. Ma c’è un aereo da prendere. Il magnetico nord chiama.

 

 

 

 

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