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Riflessioni sparse di una tarantina ai tempi del Coronavirus

Riflessioni sparse e sconsiderate di una tarantina ai tempi del Coronavirus.

Stasera, mentre tornavo a casa, ho osservato la luna. Piena, pienissima in tutta la sua bellezza.
L’ho osservata a lungo e ho pensato, come capita puntualmente al termine di ogni giornata, a quanto la natura sia generosa e a quanta poca attenzione le riserviamo.

Ho pensato anche a quanta poca attenzione riserviamo alle piccole cose, che ad un certo punto diventano grandi. Quelle piccole grandi cose alle quali, in momenti come questi, senti il bisogno di aggrapparti.

Ho letto in un post di Gio Evan che dopo questo periodo buio (per la mia generazione, ho 33 anni, il più buio mai vissuto sino ad oggi probabilmente), è opportuno che nulla torni come prima. Ho storto il naso lì per lì, poi ho riflettuto su una cosa. Stiamo vivendo queste ore di apprensione e paura con una tensione emotiva simile a quella che avverti guardando “The Day After Tomorrow”.

È giusto così, è giusto che la paura di perdere tutto da un momento all’altro faccia parte della nostra quotidianità e ci ricordi di apprezzare il tempo, le relazioni, gli abbracci (di cui ora dobbiamo fare a meno e che magari, quando possiamo, non diamo); ci ricordi di farci apprezzare una passeggiata all’aria aperta, un tramonto o un allenamento nel parco.

Mi sono da poco trasferita a Leporano (a due passi di Taranto) e ho scoperto gioie inimmaginabili. Ho scoperto quanto sia appagante svegliarsi quasi ogni mattina alle 6 e concedermi una camminata nella Batteria Cattaneo, avvolta dal silenzio, dalla natura che ti accoglie con la sua totale meraviglia. Ho scoperto sentieri stretti, impervi che, una volta percorsi con il fiato sospeso, ti ricompensano con un paesaggio che ti riconcilia con il mondo. Improvvisamente, sembra di naufragare nella pellicola di SalvatoresMediterraneo – in cui, al ritratto realistico che è tutti i giorni sotto i nostri occhi, fa da contraltare la poesia di un momento che vorresti potesse non finire mai.

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Ho scoperto, quindi, che basta davvero poco; che basterebbe spogliarci di quell’egoismo dilagante che ha macchiato, ad esempio, la stazione ferroviaria di Milano o di quei luoghi comuni dall’olezzo indigesto vomitati sui social, sui giornali e in tv in queste ore.

Sai, ci ho pensato molto prima di scrivere questo pezzo. Ci ho pensato perché non volevo fosse l’ennesimo piagnisteo o l’ennesima (sacrosanta) raccomandazione a fronte di una valanga incontenibile di informazioni.

Poi ho pensato anche che ho un dovere nei confronti della community che ho costruito con impegno e dedizione insieme a Fabio ed è quello di spendere qualche parola su quanto sta accadendo, con la stessa ambizione che ha sempre contraddistinto Se dico Taranto: scegliere un punto di vista alternativo.

E allora, vorrei dire a tutti quelli che hanno paura che ne ho molta, moltissima anche io. Vorrei dire che il timore di un domani incerto ha un peso specifico importante e che, come molti imprenditori e liberi professionisti, pure io sono una Partita Iva, che sto facendo il possibile per aggrapparmi agli ultimi scampoli di positività e che quella che stai leggendo non è una predica. Non ci sono pulpiti sui quali possa ergermi, se cado mi faccio male tanto quanto te.

Vorrei dire, inoltre, ai ragazzi che oggi ringraziano il cielo per non andare a scuola (e sono tanti quelli che seguono questo blog) che non siamo in vacanza, che se ci dicono di rimanere a casa è lì che dobbiamo restare. Perché, in caso contrario, le conseguenze potrebbero essere devastanti (e non mi sembra che ce la stiamo passando bene).

Vorrei dire ai tarantini fuorisede (soprattutto amici e familiari) che stazionano nelle zone rosse e che hanno deciso di non “scendere”, grazie. Grazie per aver anteposto al desiderio di abbracciare mamma e papà e di farsi preparare la lasagna (che come quella che fa nonna non ce n’è) il buon senso e l’altruismo. Valori che, taluni, hanno sepolto sotto le mutande con cui hanno riempito la valigia 2 sere fa.

Vorrei dire, sempre ai tarantini fuorisede, che mi vergogno per chi ha pensato bene di aggrapparsi alla tastiera sprecando un’occasione per tacere e sottolineando la scelta (spesso obbligata) di alcuni meridionali di essere andati al Nord per trovare lavoro. Conosco scienziati che, invece, sono rimasti qui e hanno concluso “sasizza”.

Vorrei dire che, se ci sforziamo e iniziamo a indignarci per il pressapochismo dilagante che fino a qualche settimana ci spingeva a puntare il dito contro i cinesi ed oggi ci fa vergognare di essere italiani, forse (e dico forse) riusciamo a salvarci.

Vorrei dire, infine, che se ci sforziamo di informarci solo da fonti rilevanti, se ci atteniamo a quanto è stato deciso, se per una volta dimostriamo di non aver bisogno di un tampone cerebrale (come ha affermato in un video il mio amico Mauro Pulpito), se ci sforziamo di praticare l’empatia, forse (e dico forse) riusciamo a salvarci.

Mi pare abbastanza inutile elencare le cose che si possono fare entro le mura domestiche. Io, ad esempio, sto persino considerando di dedicarmi di più alla cucina e chi mi conosce sa quanta avversione provi nei confronti dei fornelli, ma tant’è.

Insomma, fai un po’ cosa cazzo ti pare, purché tu lo faccia a casa.

4 commenti
  1. Nick
    Nick dice:

    Riflessioni che meriterebbero una colonnina in prima pagina di qualsiasi giornale. Ti seguo sempre con stima. E adesso, guardando la luna, diciamo a noi stessi: “io speriamo che me la cavo”.

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  2. Cesaregiovannioliviero
    Cesaregiovannioliviero dice:

    Vorrei essere su quella Luna che guardo, lontano, ma sono qui e continuo a combattere come gli altri, aspettando di poter guardare la Luna che sorride ai nostri cuori.

    Rispondi

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