Cosa vuoi fare da grande?

Qualche giorno fa mi è stata fatta una domanda (che ricorre spesso nella mia vita): “Cosa vuoi fare da grande?”

La mia risposta è stata: “Esattamente quello che faccio.”

Da quando sono tornata a Taranto non ho mai smesso di fare. Ho fatto e faccio qualunque cosa che sia relativa a quello che mi riesce meglio: scrivere e comunicare.

Non era così a Firenze (città meravigliosa che ho salutato per tornare in patria ormai 5 anni fa); o, meglio, a Firenze non avvertivo questa urgenza di fare come la avverto da quando sono a Taranto; che pare un paradosso, me ne rendo conto, considerando la percezione che la maggior parte dei tarantini fuorisede ha di Taranto e che si riassume in “Che devi fare a Taranto, che no stè nind (mi scuso per lo stato brado in cui versa la mia conoscenza del dialetto tarantino scritto). Eppure questa città, che è la mia città, mi ha dato la forza di ripartire da me stessa.

Le persone cambiano, cambiano i bisogni, cambia il modo di guardare alle cose. E cambia il modo in cui interloquisci con i tuoi demoni interiori, quelli che fino a poco tempo prima ti rincorrevano sfiancandoti e con i quali adesso, invece, convivi. Ci convivi perché nella vita si impara anche a riconoscere e ad accettare i malesseri.

Ricordo che quando sono tornata a Taranto piangevo spesso, alcune volte senza un motivo preciso. Piangevo anche solo per far respirare l’anima, per scaricarmi dalle presenze ingombranti che – graziaddio! – non sono mai mancate.

Una cosa però l’ho capita da tutto questo subbuglio interiore. Ho capito che voglio dare valore al mio territorio. Ho capito che voglio essere di ispirazione a chi ancora non ha proclamato tregua alle proprie paturnie esistenziali. E voglio dire a chi è abituato al livore, che l’olezzo indigesto della paura del fallimento è un affare assai scomodo e va affrontato anche quando i progressi sono temporanei e a precederci è un casino cosmico.

Quando ho aperto questo blog non è stato semplice, ma avevo bene in mente dove volevo arrivare. Quando ho iniziato a dedicarmi al Due Mari WineFest, che è diventato l’unico evento enogastronomico nella città di Taranto, ne sono uscita all’inizio con le ginocchia sbucciate. Cadere, tuttavia, mi è servito; mi è servito ad imparare che l’autocommiserazione è la scialuppa di salvataggio dei miserabili e che, palle ben salde tra le mani, abbiamo il dovere di rialzarci fino a quando ne abbiamo le forze.

Penso che il segreto, in tutto questo marasma, sia costruire impalcature emotive solide, creare punti di contatto con le persone (non con chiunque, con chi rappresenta un valore aggiunto). Perché le persone, sono il maggiore asset di qualunque scelta personale e imprenditoriale.

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